Paesaggio della Manciuria
Nella ricerca di Elisa Montessori (Genova, 1931) si articolano in modo simultaneo e non esclusivo riferimenti, tecniche e materie molteplici. Formatasi negli anni 50 del XX secolo nello studio romano di Mirko Basaldella ed entrata in contatto con gli artisti del Gruppo Origine (Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi, Ettore Colla), Montessori definisce una pratica personale in cui pittura e disegno, ceramica e incisione, utilizzo di carboncino, gesso, pastello, tempera all’uovo e inserimenti multimaterici, di origine tanto naturale quanto artificiale, sembrano completarsi reciprocamente fra loro. Nelle sue opere – in cui, a partire dagli anni ’80, si approfondisce la relazione tra testo, di matrice poetica e letteraria, e immagine in una spirale di personali diari-leporelli-taccuini – il riferimento alle arti e culture non europee, in particolare quelle asiatiche, sono costanti fonti di ispirazione. Paesaggio della Manciuria fa parte (con La Montagna di Seghers e Le Terre dei Masai) del gruppo di opere di grandi dimensioni, tutte su carta intelata, esposte per la prima volta nel 1982 alla XL Biennale di Venezia, in cui l’artista fu invitata dal critico Tommaso Trini nella sezione Aperto. Lasciando la parola all’artista stessa: “Io, che generalmente usavo piccoli formati, decisi di lavorare su formati molto grandi. Il concetto è molto semplice: segno su segno, il paesaggio diventa enorme. Decisi di adoperare il vuoto come un pieno, elaborando una sorta di distacco tra disegno e non disegno, in modo da fargli avere lo stesso valore, come in musica, dove la pausa è importante come la nota: la pausa diventa musica come se fosse suono. Questo mio pensiero deriva da una concezione “orientale”: il vuoto non è un “non essere”, ma un “essere”. Ho fatto dei segni simbolici, come delle V, come dei voli, dei segni volanti. Anche il titolo diviene una parte dell’opera. Metto dei titoli geografici improbabili, allontanandomi dalla realtà quotidiana. Di fatto, non ho mai visto i Masai, non sono mai stata in Manciuria… Il paesaggio diventa immaginario, non un tentativo naturalistico ma una volontà di guardare altrove. Dal punto di vista tecnico, l’opera – una carta intelata – nasce come rotolo che è a sua volta, nelle pratiche “orientali”, un qualcosa di misterioso, segreto, ancestrale, lontano. È la testimonianza di qualcosa che si apre e si chiude. Io, che non ho mai considerato il quadro come un oggetto da appendere, ma come un campo di energia in cui tutto può avvenire, ho sentito l’esigenza di aprire il rotolo e di esporlo. Esso è composto di carta da spolvero, grafite, gesso acrilico: una tecnica semplice, come lo stesso materiale usato. La carta da spolvero altro non è che è una carta poverissima che i pittori appoggiavano alla parete bucherellando il disegno che vi era sopra, per passarvi poi una polvere che rimaneva scura sul muro, rivelando il disegno da cui si partiva per l’affresco. Ecco, io ho sempre lavorato sul rovescio, sull’ombra delle cose.” AV
