Ex Museo Coloniale

Ex Museo Coloniale

Ex Museo Coloniale

Ex Museo Coloniale

Ex Museo Coloniale

Il Museo Coloniale di Roma venne inaugurato nel 1923 al Palazzo della Consulta, sede del Ministero delle Colonie, da cui il Museo dipendeva, ed è uno dei musei convogliati all’interno del Museo delle Civiltà nel 2017.

Storia e origini delle collezioni

Dall’Ex Museo Coloniale al Museo delle Civiltà

Nato con una finalità di propaganda e con lo scopo di far conoscere le “imprese” coloniali italiane, nel momento della sua apertura il Museo si componeva di collezioni già precedentemente raccolte dalle colonie italiane della Libia, dell’Eritrea e della Somalia, le quali furono esposte al pubblico in diverse fiere ed esposizioni coloniali, tra cui l’Esposizione internazionale di marina e igiene marinara – Mostra coloniale italiana di Genova del 1914, cui si aggiungevano man mano altre raccolte.

Il patrimonio del Museo si è quindi andato ampliando fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ed oggi comprende circa 12.000 oggetti – a carattere per lo più etnografico, ma anche storico, artistico, antropologico, archeologico, architettonico e connesso alle scienze naturali e a esplorazioni geografiche – raccolti o prodotti nel corso dell’esperienza militare e coloniale italiana in Africa.

La complessa storia di questo Museo ripercorre in parte la storia del colonialismo italiano, dalle prime esplorazioni in Corno d’Africa fino alla fase post-coloniale. Il Museo e le sue collezioni possono pertanto diventare uno strumento per leggere e ri-leggere criticamente la storia delle relazioni e dei rapporti dell’Italia con alcuni paesi africani, e permetterci oggi di analizzare criticamente la nostra eredità coloniale lungo un percorso fatto di memorie e rimozioni.

Nel 1935, il Museo venne trasferito dal Palazzo della Consulta in una più ampia sede a via Aldovrandi; mentre nel 1936, dopo la proclamazione dell’Impero dell’Africa Italiana, il Museo cambiò nome e assunse quello di “Museo dell’Africa Italiana”. Negli anni successivi il Museo rimase chiuso per riscontro inventariale e riaprì solamente nel 1947, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e nello stesso anno in cui l’Italia rinunciava formalmente a tutte le colonie, con l’eccezione del protettorato in Somalia.

Il Museo chiudeva poi definitivamente i battenti agli inizi degli anni Settanta. Già nel 1953, sotto la vigilanza del Ministero degli Affari Esteri, le collezioni erano state devolute all’Istituto Italiano per l’Africa. Passato al Ministero per i Beni e le Attività Culturali nel 2017, il museo è entrato a far parte delle collezioni del Museo delle Civiltà.

 

Avvio del gruppo di ricerca connesso allo studio delle collezioni di provenienza coloniale

Nel corso del 2022 saranno attivate alcune posizioni per la formazione progressiva di un gruppo di ricerca internazionale rivolto allo studio delle collezioni di provenienza coloniale, derivate dal conferimento al Museo delle Civiltà di una parte delle opere e delle documentazioni già presenti nell’ex-Museo Coloniale di Roma, che il Museo delle Civiltà sta attualmente studiando e catalogando.

Il gruppo di ricercatori – che sarà composto da accademici, storici, artisti, scrittori, musicisti, critici e curatori, attivisti e componenti delle comunità locali – potrà condividere in vario modo, in base alle singole posizioni ed esperienze, le proprie riflessioni sull’opportunità stessa di inaugurare un museo dedicato a queste collezioni o a proporre, invece, altre forme e piattaforme di condivisione. La ricerca verterà anche sui criteri in base ai quali impostare l’attività di studio e la programmazione, e le eventuali strutturazione e finalità in base alle quali la suddetta entità dovrà operare, attuando pratiche fattuali anche di restituzione ai paesi di provenienza delle opere, allineandosi alle indicazioni fornite dal Gruppo di lavoro per lo studio delle tematiche relative alle collezioni coloniali presso il Comitato per il recupero e la restituzione dei beni culturali, istituito per decreto dal Ministro della Cultura Dario Franceschini il 18 ottobre 2021 e integrato il 20 aprile 2022 con la partecipazione del Direttore del Museo delle Civiltà.

Il Museo delle Civiltà non intende quindi aprire nel prossimo futuro un “nuovo” Museo Coloniale, ma provare ad elaborare le possibilità del superamento di una forma istituzionale come questa, immaginando le sue alternative, scaturite dalla ricerca e dalla sua messa in comune nel dibattito artistico, politico, sociale e storico, nazionale e internazionale.

Il Museo delle Opacità – dal 6 giugno 2023

Con il titolo di Museo delle Opacità, il 6 giugno 2023 il Museo delle Civiltà ha presentato il nuovo capitolo dedicato al riallestimento in corso delle collezioni e delle narrazioni museali: un nucleo di opere e documenti dalle collezioni dell’ex Museo Coloniale di Roma, entrate a far parte delle collezioni del Museo delle Civiltà nel 2017 e in corso di ri-catalogazione, vengono messe in dialogo con opere contemporanee che comprendono anche nuove acquisizioni rese possibili dal bando PAC-Piano per l’arte contemporanea del Ministero della cultura e nuove produzioni realizzate attraverso processi di residenza nel contesto di Taking Care-Ethnographic and World Cultures Museums as Spaces of Care, co-finanziato dal programma Creative Europe dell’Unione Europea.

Il termine “opacità” assume nel titolo un duplice significato: da un lato fa riferimento, in modo letterale, al velo opaco dell’amnesia caduto sull’epoca coloniale della storia nazionale che ne rende ancora poco conosciuti gli avvenimenti, le cifre e i nomi dei protagonisti. Dall’altro lato l’opacità è quella teorizzata dal poeta e saggista Édouard Glissant (Sainte-Marie, Martinica, 1928-Parigi, 2011) – i cui scritti sono stati fondamentali per lo sviluppo del pensiero post e de-coloniale contemporaneo – che aveva partecipato nel 1959 al 2º Congresso Mondiale degli Scrittori e Artisti Neri organizzato presso l’Istituto Italiano per l’Africa di Roma (l’ente a cui nel 1956 furono affidate le collezioni del Museo Coloniale di Roma). L’opacità, per Glissant, è il diritto di ogni individuo di non assoggettare la propria identità a criteri quali “accettazione” o “comprensione”, che equivalgono a gesti di appropriazione e di classificazione unilaterali, ma al criterio della “condivisione”, che conduce ad assumere e condividere identità autonome e specifiche, generate non dagli altri ma da sé stessi.

È in questo senso che il Museo delle Civiltà ha deciso di condividere con molteplici soggetti – cittadine e cittadini, gruppi collettivi e comunità, artiste e artisti, curatrici e curatori, ricercatrici e ricercatori – le proprie riflessioni su come interpretare e riallestire una selezione di opere e documenti delle collezioni dell’ex Museo Coloniale di Roma che testimoniano la quasi secolare storia coloniale italiana in Africa (1882-1960) e che furono originariamente musealizzati con una funzione di propaganda a supporto della costruzione degli immaginari e delle politiche coloniali. Nel dotarsi di un metodo di ricerca plurale e partecipato, il Museo delle Civiltà affronta innanzitutto le proprie responsabilità istituzionali nei confronti dei circa 12.000 oggetti – reperti archeologici, opere d’arte, manufatti artigianali, merci, sementi, strumenti scientifici e tecnologici, carte geografiche e dispositivi allestitivi – che dal 1971, anno di chiusura dell’ex Museo Coloniale, sono rimasti oltre 50 anni in deposito, innescando da un lato un fenomeno di rimozione collettiva della storia coloniale italiana, ma dall’altro anche una sua necessaria ricontestualizzazione nel nostro presente. Ciò che ne emerge è la potenzialità rigenerativa di queste stesse collezioni, una volta messe in dialogo con opere d’arte e documenti contemporanee.

È su questo dialogo che si fonda quindi l’ipotetico Museo delle Opacità: utilizzando le fotografie degli allestimenti storici come “testimonianza antropologica”, ovvero come memoria critica del contesto museale originale, è possibile ricostruire i rapporti tra gli oggetti e i dispositivi linguistici ed espositivi che ne sostenevano l’interpretazione ma anche innescare la possibilità di nuove modalità di documentazione, ricerca e condivisione. In particolare, la possibilità immaginifica di rinegoziare i termini stessi delle storie raccontate, proiettandole dal passato al futuro per restituire la parola anche alle tante soggettività che furono a suo tempo escluse dagli allestimenti e dalle narrazioni dell’ex Museo Coloniale o rese alterità utili a definire una contrapposizione invece che, appunto, un dialogo fra soggetti e culture.

Quello dell’opacità è quindi un criterio possibile non solo per riscrivere la storia dell’ex Museo Coloniale di Roma, investigando i meccanismi che lo hanno generato in passato, ma anche per sprigionare la forza propulsiva di nuove narrazioni che potranno contribuire, di fatto, a che non esistano in futuro nuovi Musei Coloniali ma spazi e tempi di condivisione, piattaforme in divenire di compartecipazione, incontro e confronto.